SUICIDIO E TENTATIVO DI SUICIDIO IN ETÀ’ EVOLUTIVA

suicidio

SUICIDIO E TENTATIVO DI SUICIDIO IN ETÀ’
EVOLUTIVA

a cura della dott.ssa Fernanda Cafarelli, psicologa, psicoterapeuta

I dati relativi al suicidio ed al tentativo di suicidio nella prima infanzia sono scarsi; probabilmente l’approssimazione di tali rilevazioni in letteratura si deve alla difficoltà d’esecuzione di studi sperimentali. Si pensi infatti che, dalle ricerche svolte, tramite self-report, risulta che, se l’8% d’individui appartenente al campione di popolazione suddetto tenta il suicidio, solo il 6% si rivolge ad un presidio medico territoriale.

Le informazioni relative all’incidenza del fenomeno in questione si incontrano facilmente arrotondate per difetto.

E’ inoltre più difficile valutare esclusivamente un gesto come pericoloso, in quanto è frequente in età evolutiva che si compia un suicidio o un tentativo di suicidio in maniera tale che s’ingenerino dei dubbi sulla natura d’atto volontario.

Inoltre si può affermare che la considerazione che gli adulti hanno delle condotte suicidane nei bambini pare essere quella di un accadimento casuale e fatale al contempo.

A tal proposito Freud, già nel 1901, aveva evidenziato come molte apparenti lesioni casuali fossero in realtà gesti autolesionistici inconsciamente dettati, poiché in questa fascia d’età vigerebbe una particolare tendenza aN’autolesionismo nel senso di un immediato passaggio all’atto proprio come in adolescenza.

Sempre secondo Freud, un sicuro indicatore della suddetta intenzione inconscia sarebbe rappresentato dalla calma con cui tali malati accettano la loro disgrazia!

Nel bambino rispetto all’adolescente vi è una sostanziale componente d’ambiguità come vedremo in seguito. Secondo la maggior parte degli studi il bambino non è ancora in grado di agire su un piano di lucida consapevolezza e determinazione. Psicologicamente il lattante, sino ad una certa età, che seppur diversamente individuata dalle varie correnti psicologiche si può ritenere essere circa di tre anni circa, sperimenta un investimento lipidico, con elementi di rielaborazione nella latenza, progressivamente alla crescita psicofisica atto alla protezione dal dolore, noto come “narcisismo”.

Di fronte ai bambini che deviano da uno standard di comportamento, l’ipotesi più plausibile che si trovi in letteratura è quella dunque di una psicopatologia sostanziata da asimbolia cognitiva o da un’evoluzione anomala dell’investimento libidico.

In questa direzione si potrebbero mettere a raffronto differenti approcci teorici e d’intervento poiché si riscontra un’ampia pluralità di vedute scientifiche sull’argomento trattato! Si intende sottolineare che, all’interno del panorama di studi, come si espliciterà in seguito, prevale un’ottica psichiatrica che coglie nella casistica in oggetto, una massima percentuale di collegamento casuale o causale con tratti di psicopatologia.

Il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 24 anni, e la quarta, tra i 10 e i 14.

Un giovane compie un suicidio negli USA ogni due ore!

Nel 1997 molti più giovani morirono di suicidio di quanti ne morirono di AIDS, cancro, patologie cardiache, disturbi congeniti e malattie a lungo termine. Dal 1960 al 1980, il tasso maschile di suicidi si è triplicato, mentre quello femminile, si è stabilizzato su di un’età di due o tre anni inferiore a quella della precedente generazione. [1]

C’è stato un incremento del tasso di suicidi nella popolazione maschile africana, tra i nativi degli USA, tra gli individui con un’età inferiore ai 14 anni.

Il dato riguardante l’incidenza epidemiologica del suicidio è in aumento del 100% tra i bambini dai 10 ai 14 anni..

Su due suicidi, sia in America che in Africa, uno è avvenuto con arma da fuoco. Il comportamento suicidano è il risultato finale di una complessa interazione di fattori psichiatrici, familiari, sociali. Attualmente sempre più tentativi di suicidio si trasformano in suicidi veri e propri, il 10% circa.

Questi comportamenti hanno un potente effetto sull’individuo, sulla sua famiglia, sulla scuola e sull’ambiente in cui vive.

I fattori di cambiamento sociale sono sicuramente correlati col fenomeno dei suicidi in adolescenza ma anche all’aumento della depressione infantile, a sua volta collegata alla perdita di stabilità delle famiglie e al facile e diffuso accesso alle armi da fuoco.

Bisogna specificare che la depressione che si manifesta, associata al suicidio, non è sufficiente a causarlo, come vedremo; coesistono altri elementi che si possono considerare fattori di rischio.

L’apparente imponderabilità dei motivi di suicidio infantile è ormai un concetto superato, basti pensare ai celebri esperimenti della psichiatra e psicoioga americana Susanne Denham, sull’influenza delle emozioni infantili, sulla loro sostanziale differenza da quelle dell’adulto e sulla loro complessità. Ella sostiene, nelle sue recenti teorie che i bambini vivano emozioni complesse e sappiano recitare, celando molto più di quanto non facciano apparire agli adulti. Ella ha standardizzato vari strumenti da poter utilizzare finanche a scuola, o comunque alla portata degli operatori che vengono a contatto con il mondo infantile, a scopo preventivo e di individuazione di soggetti a rischio.

In America si sa, l’approccio è inevitabilmente pragmatico, per cui, ella non tarda a suggerire tipologie di interventi concreti da applicare sia nel contesto di apprendimento scolastico sia pure in famiglia, per la quale specificità e ampiezza no si riportano nella corrente trattazione.

Nei pionieristici studi dell’ottocento già si prendeva in considerazione la fondamentale influenza del grado di severità o il peso esercitato dal modo di correggere le manifestazioni di fragilità e sensibilità da parte dei genitori verso la prole, sull’organizzazione di personalità dei minori stessi.

L’educazione e le particolari propensioni degli educatori erano già d’analisi della letteratura. In questo si può probabilmente notare una traccia del pensiero sistemico anche se non soggetta ad una vera e propria disquisizione teorica. Gli studi scientifici ponevano l’accento sul fatto che bisognasse dare spazio ad un’educazione rispettosa delle facoltà affettive del minore, nel loro susseguirsi

naturale o sulla sua fierezza, sensibilità, rancore, risentimento, scoraggiamento e soprattutto disperazione.

L’educazione era vista quindi come un sostegno contro lo scivolare verso un pericoloso disgusto per la vita nell’infante, quasi una misura preventiva. Essa poteva porsi quale supporto di una lieve organizzazione psichica nel bambino, alleviandone angosce e pene.

In Lisle diventa quindi un freno ai pericolosi istinti che si celano in ogni bambino il quale, grazie a sbagliati esempi, potrebbe incorrere in funesti pericoli. Si può cogliere in ciò un primo, iniziale tentativo di guardare al fenomeno in un’ottica circolare, sebbene ancora legata ad una considerazione degli agiti di carattere formale o morale, sottesa ad un’idea prevalentemente di malattia di ciò che si discosta dalla media.

L’evoluzione dell’idea di morte nel bambino.

La maggior parte della letteratura sull’infanzia rispetto alla tematica del suicidio non ha un grosso pregresso, come enucleato sinora. E’ tuttavia da circa dieci anni che se ne discute in maniera sistematizzata. La scarsa utilizzazione di strumenti standardizzati nonché dell’assenza di una cultura psicologica integrata ed interdisciplinare fa sì che manchino di rilevanza ricerche effettuate a partire dagli anni ottanta, pertanto si riportano alcune tra principali teorie.

Lo sviluppo psicologico del bambino può ovviamente essere indagato sia nella sua normalità, come ci soffermeremo a breve, operando una distinzione forzata e teorica tra componenti cognitive e somatiche, sia in un’ottica psicopatologica. Un aspetto basilare per la comprensione del comportamento suicidano nei giovani è il concetto di morte in età evolutiva e la formazione dei meccanismi di difesa dell’io [2]. La curiosità che i bambini mostrano anche per eventi relativi alla morte, per esempio di un passerotto, non sempre connotata di angoscia, vuole essere espressione dell’aumento d’interesse verso sé e il proprio mondo. La cognizione di morte è speculare a quella di vita. Interrogarsi sul perché un passerotto sia morto mentre si è vivi, significa appunto cimentarsi su tale doppia possibilità. Gli adulti rischiano di incorrere nel solito errore di considerare il bambino come un essere felice e spensierato.

Invece, la costruzione dell’idea di morte e dolore nasce naturalmente in un periodo delicato della crescita, secondo Melear[3], propedeutico alla maturazione degli stili affettivi. Non bisogna travisare certe domande, ma anzi servirsene per cercare di capire maggiormente il mondo giovanile. Dagli studi iniziali psicoananitilici, i vari autori, che hanno condotto ricerche, hanno ritenuto che il concetto di morte subisca una progressiva trasformazione[4]. Verso la fine del primo anno, nel corso dell’esperienza di separazione dalla madre, il bambino stabilisce dal punto di vista cognitivo ed affettivo l’equivalenza: assenza/presenza, assenza/non-esistenza. La prima idea di morte è dunque quella d’assenza. Gradualmente il bambino scopre che se la madre sparisce, è vero che torna. Questa nuova conoscenza aiuta l’essere umano a sperimentare i primi tentativi di controllo dell’angoscia. Un bambino potrebbe reagire nascondendosi dietro un armadio per non vedere, oppure potrebbe mettere in atto una condotta per far sì che possa tornare la madre; potrebbe, ancora, nel pianto, trovare un utile strumento di potere e ricatto. Tutto ciò aiuta a ridurre l’ansia. A tal proposito bisogna sottolineare il peso di

quest’esperienza ricattatoria ai fini della formazione del carattere, in quanto attraversi l’annullarsi, lo star male, si potrebbe trovare sollievo rispetto all’esperienza di morte, di separazione, assai più dolorosa. Se pensiamo a ciò proiettato nel tempo capiamo come si venga a determinare la base per un tratto di carattere patologico, dove gli impulsi ostili sono rivolti verso il sé o dove esiste una forte ansia di tratto. In generale si può affermare che il primo concetto di morte sia di tipo reversibile: la morte interrompe le funzioni vitali, le sospende.

Tra i due e i quattro anni avviene una prima modifica. Il bambino inizia ad avere paura di star male o di stare al buio. L’idea di morte si potrebbe evocare non solo in seguito a determinate circostanze ma anche ad eventi angoscianti di rabbia o di dolore. Questo è dovuto ad una nuova e più complessa percezione dell’ambiente. In particolare, dopo i tre anni, seppur continuando a rappresentare un’idea reversibile si associa a quella di violenza. Le persone significative affettivamente diventano oggetto di aggressione più o meno frequente. Pensiamo a quante volte nei cartoni, il piccolo protagonista sia oggetto di persecuzione di robot o streghe malefiche o di situazioni in cui ha paura per la propria incolumità.

In questa fase il concetto di morte è dissociato da un quid che riguarda tutto l’universo conoscitivo e quello reale. Le ragioni della cessazione della vita sono magiche e assai misteriose. Siamo giunti così verso i nove anni quando l’idea di morte subisce un profondo cambiamento. Da evento transitorio vissuto come ricattatorio, diventa definitivo, universale e irreversibile. La morte diventa espressione della cessazione biologica, definitiva della vita, non è legata a sé. Ricordiamo Piaget[5], a partire dai sette anni, il bambino sviluppa la capacità operazionale concreta, nel corso dello sviluppo cognitivo. Tale teoria non si applica ad ogni adolescente indistintamente poiché talvolta, con la clinica, si può osservare facilmente come certe tappe di conoscenza o sviluppo cognitivo non vanno di pari passo agli standard relativi all’età.

Facendo delle considerazioni, in genere possiamo notare che la lentezza con cui si costruisce l’idea di morte nel bambino potrebbe essere la causa per cui le condotte suicidarle siano più frequenti in adolescenza piuttosto che nell’infanzia[6]. Sono svariate le teorie interpretative del disagio emotivo nell’infanzia da quella psicoanalitica a quella sistemica. Ci soffermiamo a citare una recente teoria che nasce da quella dell’attaccamento di Bowlby. Essa sostiene che così come esiste un attaccamento sicuro, insicuro, evitante, confusivo esiste, associato allo stile di legame affettivo, un diverso sistema operativo di memoria[7]. I contenuti della memoria e il modo in cui vengono impiegati non è affatto secondario alla costruzione delle cognizioni. La memoria semantica è quella grazie alla quale si incamerano informazioni codificate slegate dal contesto. La memoria procedurale è la generalizzazione di schemi agiti di comportamento per cui anche un neonato può aspettarsi certe condotte; quella episodica invece consiste quasi in una memoria autobiografica da utilizzare come una bussola per attribuire valore alle esperienze in cui un bimbo s’imbatte. Quanto appena detto ci fa riflettere su come la contraddittorietà di certi eventi vissuti nell’ambiente esterno al bambino possa portare a favorire uno stile d’attaccamento insicuro. Ciò non è valido in assoluto, ovviamente, ma capita facilmente. Per esempio un bambino impara

che ogni volta che sta male, la mamma s’impietosisce verso di lui, e così anziché sviluppare difese sicure, adeguate, mette in campo comportamenti autodistruttivi che non lo aiutano a creare sicurezza nel suo mondo interiore.

. I sintomi di malessere vanno colti ma senza scadere in allarmismi. La maggior parte di questi casi ha solo un senso inadeguato di sé. Si potrebbe aiutarli a migliorare il senso di sé e potenziare le loro capacità.[8]

In questa tabella si possono rilevare dei dati coerenti con quelli riportati in letteratura in genere. Emerge quanto spesso le lesioni dei bambini più piccoli non vengono quasi mai registrate come TS, e sono lontane da modalità che potrebbero mettere a serio rischio la vita, come avviene successivamente. La predominanza delle condotte in esame invece è più frequentemente femminile, e la si può riscontrare in una casistica più ampia. Si tratta ad ogni modo di situazioni spesso ambigue. Nei self-report ci ritroviamo di fronte ad una discrepanza numerica poiché le dichiarazioni di volonatarietà sono del 2%. Anche i genitori, probabilmente alla luce dell’età dei figli non presentano l’accadimento per quello che è, mentre il personale medico sembra non volerli considerare indicatori di rischio o patologia.

L’OMS considera questa tipologia di casi “parasuicidi”.

I fattori di rischio in giovane età del suicidio includono:

  • ■ Precedenti tentativi di suicidio
  • ■ La presenza di un membro in famiglia che si è suicidato
  • ■ Un precedente ricovero psichiatrico
  • ■ Un lutto familiare, un divorzio o separazione dei genitori
  • ■ Isolamento sociale
  • ■ La rottura col “fidanzatine”.
  • ■ Uso di droghe o alcool
  • ■ Esposizione a violenze e maltrattamenti intrafamiliari
  • ■ Modello violento di comportamenti a cui uniformarsi
  • ■ Presenza d’armi da fuoco tra le mura domestiche
  • ■ Difficoltà del sonno, eccessiva produzione verbale, perdita d’interesse per le regolari attività, malinconia di fondo.

Dobbiamo specificare che sussiste una buona evidenza che oltre il 90% di bambini e adolescenti che commettono un suicidio hanno un disturbo mentale prima della loro morte. La maggior parte dei comuni disturbi che predispongono al suicidio sono forme di malinconia associata o meno ad alcolismo o ad abuso di altre sostanze, o ancora a certi disturbi di forme di ansietà.

Una terza differente caratteristica nei fattori di rischio del comportamento suicidano del bambino rispetto a quello dell’adulto è che mentre il tasso di suicidi di quest’ultimi è notevolmente in aumento tra le schizofrenie a causa proprio della sua peculiarità, ciò non avviene nei campioni oggetto di studio di bambini o adolescenti. Alcuni studi dimostrano che non ci sono differenze per quanto riguarda i fattori di rischio tra la popolazione maschile e femminile in questione

ma ci sono delle marcate differenze in merito alla relativa importanza del vissuto che le accompagna.

Tra le ragazze il più significativo fattore è la presenza della Depressione Maggiore che aumenta i rischi di suicidio come dimostrano gli studi relativi ai

12 anni. Alcune ricerche suggeriscono che ci troviamo di fronte a tipi di suicidio cronico o legato ad una forte Depressione ed ad una tipologia peculiare dell’Anoressia Nervosa. In questo caso compare un tratto impulsivo e teso alla progettualità al contempo. Talvolta l’aggressività può essere rivolta anche all’esterno.

Nei ragazzi invece il fattore della Depressione Maggiore principalmente lo incontriamo dopo i 30 anni. La depressione compare nella vita della popolazione maschile già dai 12, così come l’aggressività e il self-abuse .

Un ulteriore fattore di rischio è costituito dalla presenza di eventi stressanti nella vita, come il mettersi nei guai a scuola, la rottura di una relazione col “fidanzato”, litigare con un amico. Queste sono rare cause di suicidio, ma nei giovani possono far precipitare la situazione. Come elencato nella tabella poc’anzi, vi è poi il fattore: scarsa comunicazione con la famiglia; esso si riferisce soprattutto a discordie, disaccordo, carenze di affetto, comportamenti violenti, in generale, associati a patologia. Conta molto la vulnerabilità individuale e non da ultimo il ruolo dei mass-media. Spesso i mezzi di comunicazione parlano del suicidio di una celebrità e ciò può indurre un giovane ad immedesimarsi in tale modello soprattutto se è ripetuto come notizia per giorni e giorni.

L’osservazione clinica come uno specialista?

Sul piano dell’ideazione bisogna guardare agli argomenti che il giovane propone e se questi concernono il suicidio.

Inoltre contano le sue preoccupazioni e l’intensità di esse. Potrebbe poi il bambino non avere sonno o appetito ed essere disinteressato per la scuola. Tra i sintomi più semplici da cogliere si può guardare alla presenza di astenia per le quotidiane abitudini, al ricorso a droghe, al disinteresse per lo sport o per la frequentazione di amicizie.

La depressione e il suicidio nei bambini

Non si tratta qui di terapia psicofarmacologia nè dei criteri di inquadramento sugli assi del DSM-III-R del disturbo, poiché è noto che un individuo può presentare un disturbo su entrambi gli assi, che ci possono essere diagnosi multiple e valutazioni più complesse per una diagnosi, tanto più per i problemi legati allo sviluppo: per trattare quindi tale argomento, si ritiene di dover operare una semplificazione.

Nei bambini la maggior parte dei disturbi frequentemente diagnosticati come Disturbi dell’Umore sono legati alla Depressione Maggiore, alla Distimia e al Disturbo Bipolare.

Nel primo caso una serie di caratteristiche continuativamente culmina in uno o più episodi di Depressione Maggiore. Nei bambini può avvenire entro i sei/ nove mesi. Le caratteristiche sono assi simili al disturbo degli adulti.

Nel secondo caso è comunque presente un disturbo dell’ umore come la depressione, ma con meno sintomi e con una maggiore cronicità. La natura persistente e cronica de questo disturbo interferisce con lo sviluppo e il normale adattamento all’ambiente. E’ ciò diffuso nell’infanzia e può durare alcuni giorni come alcuni anni. Il 70% dei bambini che ne soffrono quasi non si rendono conto, vista la persistente Durata del disturbo in questione e ritengono che sia un aspetto del carattere. Se questa forma compare associata ad un

disturbo di Depressione Maggiore dobbiamo diagnosticarlo come doppia depressione.

Nel terzo caso invece simile alla depressione abbiamo sintomi diversi dall’adulto, dove episodi di mania si alternano ad episodi di depressione. Frequentemente però l’insorgenza è nell’adolescenza dove la crisi iniziale è sempre di tipo depressiva. I sintomi sia nell’adolescenza sia nell’infanzia dureranno per circa quattro anni. C’è infine una depressione reattiva conosciuta come adattamento al disturbo dell’Umore.

Infine bisogna sottolineare che i disturbi dell’umore, come la depressione, sostanzialmente incrementano il rischio del suicidio.

In sintesi il comportamento del suicida è dato da un’importante serie di elementi che concernono segni clinici che termineranno molto facilmente con problemi di salute mentale ( nei bambini ).

L’incidenza del suicidio presenta un picco che aumenta durante gli anni della mezza adolescenza, mentre la mortalità del suicidio, oramai è in aumento entro il decimo anno di età, ed è la terza causa di morte a quell’età.

Sebbene il suicidio non possa essere caratterizzato come un disturbo mentale ci sono vari fattori di rischio che predispongono i giovani soprattutto la presenza di un calo del tono dell’umore. Meriterebbero una trattazione a parte i vari tipi di trattamento psicoterapeutico o farmacologico. L’evidenza è che il 90% dei bambini che si suicidano ha un problema mentale.

In fine il sostegno di una famiglia aiuta a prevenire un tentativo di suicidio. Gli adolescenti e i preadolescenti, secondo le ricerche, tendono meno al suicidio se sentono di appartenere ad una famiglia o a parenti o ad altri adulti che fungano da riferimento. Ciò è proprio vero e non contano le differenze di etnia o religione. È vero per gli spagnoli, i per i neri, per tutti. Una sensibilità dell’adulto verso il benessere emozionale sembra essere a beneficio specialmente delle giovanissime ragazze, mentre un alto grado di certezze, trasmesso sempre dai genitori o da adulti significativi, sembra proteggere i giovani ragazzi dal comportamento suicidano.

Ciò che si intende affermare in questo articolo è l’importantissimo ruolo dei genitori e dei familiari, degli adulti che ruotano intorno alla famiglia, della scuola come risorsa per la socializzazione e come punto di ancoraggio nella vita dei giovani.

Dagli studi effettuati presso l’università del Minnesota nel Minneapolis, nel 1994, intervistando 13.000 studenti dai 7 ai 12 anni emergeva che, tentassero il suicidio maggiormente coloro che facevano uso di alcool, droghe, che avessero problemi scolastici, o ancora chi avesse storie di violenza alle spalle, omosessualità, o problematiche psicopatologiche; tra questi erano più a rischio coloro i quali non avevano sviluppato un senso di adesione alla propria famiglia.

Invece quelli che presentavano molti fattori di rischio concomitanti, erano meno vicini nell’attuare certi comportamenti, dal 70% all’80%, se ricevevano, da altri significativi, un supporto emozionale, un senso di incoraggiamento!

La rete sociale di sostegno è quindi decisiva ai fini dello sviluppo o della risoluzione delle eventuali problematiche legate alla crescita finanche nei risvolti più estremi. Coloro che si prendono cura dei minori dovrebbero avere un ruolo d’incoraggiamento, di facilitatori

nello sviluppo di abilità per affrontare la vita, e trascorrere del tempo con i lori bambini, dedicandovi. Questo può sembrare retorico o troppo semplice ma le ricerche longitudinali americane dimostrano questa grande verità. Il suicidio è la terza causa di morte negli USA dai 10 anni ai 19 senza differenze di razza, ma se vogliamo cogliere l’aspetto positivo in questi dati è che essere genitori con dei bambini è un qualcosa soggetto ad evoluzione e ad apprendimento e non qualcosa di dato ed immutabile.[9]

BIBLIOGRAFIA

“Aggressività e disperazione nelle condotte suicidane”, Atti del Convegno, 4-5-6/06/98, Abano Terme.

DSM-III-R, Masson Milano 1988.

Andolfi M., “L’infanzia negata”, Rivista di terapia familiare n. 46, 1994 Denham S., “Lo sviluppo emotivo nei bambini” 2001, Roma Astrolabio.

  1. [1] Carolo E., “Psychiatrics Services For Children, Adolescents, Adults and Families”, Baltimora, Maryland.
  2. [2] Anthony, “La scoperta della morte nell’infanzia”, Armando, 1973.
  3. [3] Melaer J. D. “Children’s conception of death”. Journal of genetic psychology, 122-123, 360, 1973
  4. [4] Rambault, “II bambino e la morte”, La Nuova Italia, 1978.
  5. [5] Piaget J “The child’s concept of the world”, Patterson, Littlesfield Adams, 1960.
  6. [6] Fuchs, “Le immagini della morte nella società moderna”, Einaudi, 1973.
  7. [7] Vianello ” La comprensione della morte nel bambino”. Giunti, 1985.
  8. [8] Alloro L. “Il colore ragionato”, Piovan Editor 1987.
  9. [9] “Health Information” Pediatrics 2001; 107: 485-493.

A PROPOSITO DELLA PAURA

paura

UN VIAGGIO TRA LE PIU’ RICORRENTI, COME IL TIMORE DI PERDERE I GENITORI 0 DI NON RIUSCIRE A DIMAGRIRE.

Bisogna fare una importante premessa e cioè che la psicologia è una professione che si basa sulla scienza ma sono molti quelli che, ” … a causa della ritardata popolarità…”, 1 pensano che sottoponga ai test, oppure crei dipendenza, che si occupi di “malati di mente” e così via. Molte persone non osano o esitano …fino al punto che quando si rivolgono ad uno psicologo sono sull’orlo della disperazione.

Invece la psicologia tratta anche il disadattamento dell’uomo moderno.

In che contesto si crea un terreno fertile alla formazione delle paure?

Viviamo in un contesto spesso competitivo, frenetico, aggressivo. In tale situazione ognuno si sforza di trovare un equilibrio, tuttavia per molti succede che per quanto cerchino di reprimere ogni minimo segno di disagio che l’organismo gli offra, cadano in uno stato di tensione e angoscia che comporta sovente lo scivolamento verso la malattia fisica o psichica, l’insorgenza di una angoscia centrale nello psichismo, rovinosa nell’esperienza mentale e vitale dell’individuo.

Le angosce inoltre mettono a dura prova ulteriormente l’equilibrio desiderato e causano un surplus di fatica fisica e mentale. E’ facile che in un quadro così si giunga a una riduzione della volontà di agire ma anche a fissazioni o idee a spettro fobico.

Talvolta anche la “rete”, che si trova intorno alla persona, intendendo affetti, familiari, conoscenti anziché fungere d’aiuto peggiora la situazione, in altri causi lo crea del tutto.

Nell’esperienza clinica si riscontra che in primo momento l’individuo cerca di risolverle autonomamente; quando accade non ci si accorge spesso che si è già scivolati in uno stato di continuo logorio. È celebre la frase del teorico del doppio legame, Bateson ” La sonda è nel cuore dell’osservatore”2. Ognuno di noi cioè è involontariamente spinto a vedere le cose in un ottica che non sarà mai, o solo difficilmente, obbiettiva.

Anzi chi è melanconico proprio è intrappolato in un logorio psicofisico, si fa le domande, si da le risposte sempre più svilenti e non ne riesce ad uscire fino a non cogliere neanche i segni positivi provenienti dall’esterno e giungendo all’esaurimento delle sue energie.

Cosa fare?

La psicoterapia può rappresentare un valido aiuto in questi casi come in molti altri.

Si rivolge a persone di ogni età e livello intellettivo ed ha una grossa funzione preventiva occupandosi di snodi della vita quotidiana; non ha poi controindicazioni.

Il rischio è di affidarsi semmai a medici o psicologi che non abbiano poi raggiunto certe qualifiche; nel senso che la psicoterapia è un specialità riconosciuta, dura cinque anni di studi post-lauream e non tutti hanno questo attestato

1 Pierre Daco “Cos’è la psicologia”, 1967,Sansoni.

  1. 2 George Bateson ” Verso una Ecologia della Mente” Adelphi Se si sottovaluta il problema delle fissazioni e paure, cercando rimedi in velocità o persone nonqualificate a cui rivolgersi, che promettono rimedi semplici e miracolosi, si rischia di aggravare ulteriormente l’entità del problema.

Quindi innanzitutto riconosciamo in maniera preventiva o per un intervento il più possibile immediato, certi segni, ma è sempre bene rivolgersi ad uno psicologo che effettuerà una consulenza più tecnica e valuterà se sia il caso si intraprendere una psicoterapia, breve, cognitiva, o altro.

Le direttive della Organizzazione Mondiale della Sanità in molti ambiti della psicologia da quella scolastica a quella del lavoro propongono diversi protocolli e modi di intervento ma di tutto ciò vi è poca traccia

nella nostra cultura italiana. Invece ci sono teorici, affermati e riconosciti in tutto il mondo, della prevenzione come Ringel 3 che individuano proprio un elenco dei segni premonitori di un problema psicologico e comportamentale.

Cosa succede?

I segni possono essere una sensazione di ansia, d’irritabilità tristezza, fissazione su alcune idee che diventano sempre più vere come la paura di invecchiare, di fallire, di perdere i propri cari, di non riuscire nella vita, di ingrassare a livelli di una certa entità, insonnia o ipersonnia, di malessere fisico, di confusione oppure l’essere iperattivi o apatici, problemi nel rapporto con il cibo, preoccupazione su di sé, instabilità del peso corporeo e anche un certo isolamento dagli altri.

Questo è molto semplicistico comunque perché è sempre meglio rivolgersi ad uno specialista sia perché si può sottovalutare, sopravvalutare, non individuare da sé le giuste cause.

La paura, che è un’emozione, un sentimento 4 un pensiero talvolta che fa parte della vita quotidiana di tutti noi, in tutte le razze e anche nel regno animale, spesso nasconde cioè altri disagi di quella persona che non riesce ad accettare o vedere .

E’ interessante per esempio notare che in genere dopo il primo attacco di panico molti continuano ad andare dal cardiologo e al pronto soccorso e non vogliono ammettere che magari hanno una sofferenza in famiglia a causa di un figlio o di un genitore…

Dicevamo dunque che si traduce in termini somatici in uno stimolo capace di provocare una attivazione psicofisica e quindi una serie di risposte somatiche e forse poi motorie oppure che si traduce nel suo opposto cioè in una reazione di blocco.

Insomma la capacità di provare paura è da sempre un segnale di grosso aiuto ai fini della sopravvivenza; se non ci fosse sarebbe un guaio perché tutti staremmo in pericolo sottovalutando un ferro rovente o non evitando i pericoli.

La paura appartiene ad un funzionamento cerebrale dei più atavici ed è stata di aiuto ai nostri antenati nel cacciare, nella sopravvivenza. E’ rimasta però nel nostro sistema di reazioni primarie per quanto l’uomo non sia più cacciatore ai fini della sopravvivenza.

Qualche nota sulla terminologia

  1. 3 “Dizionario enciclopedico di psicologia” Ed. Erickson et al.
  2. 4 Mecacci ” Introduzione alla Psicologia” Boringhieri

A questo punto è doveroso fare una distinzione: un conto è la paura, cioè il fenomeno per cui di fronte ad un segnale percepito e reale abbiamo paura, un conto è il “panico” di fronte a un ragno o un topo, o una piazza affollata

( argomento che non si tratta in questa articolo), un conto è la sospettosità, e un conto è avere paura di un qualcosa che non si è ancora verificato o che non ha oggetto! Proprio questa ultima è la grande distinzione in letteratura tra paura e ansia che a sua volta può trasformarsi in idee fobiche o in paure ricorrenti che adesso chiameremo ansie, angosce ( legate ad un combattimento interiore, come dicevamo prima, atto a trovare un dattamento senza riuscirvi).

Questi termini ovviamente hanno tutti significati assai diversi su un piano psicopatologico.

Non è questa la sede però per fare una disquisizione medico scientifica.

È interessante tuttavia delimitare l’oggetto del termine paura.

Quando la paura, forte e irrazionale, come la paura di perdere i propri cari, è costante, diventa invalidante.

La mente umana però non si ferma qui nel senso che a questi segni se ne aggiungeranno di nuovi come un certo grado di tensione fisica, mal di testa, insonnia, agitazione, riduzione della voglia di fare le cose, pensieri a sfondo negativo.

Insomma un vero e proprio circolo vizioso che sarebbe meglio riconoscere e contrastare sin dalla prima insorgenza piuttosto che attendere di precipitare in un tunnel in cui l’individuo si accorge di essere in continua ruminazione mentale, pensando alla morte dei genitori e ci potrebbe costruire addirittura delle certezze e spiegazioni.

Tali ansie possono inoltre evolvere in pensieri di auto accusa e di colpa. Esattamente troviamo lo stesso meccanismo per la paura di non dimagrire.

La donna ci prova, non ci riesce, finisce per attaccare la sua autostima e così riesce a fare una dieta sempre di meno; poi finirà col credere che non ci riuscirà mai.

A questo punto potrebbe ridurre la voglia di fare, diminuendo le sue azioni quotidiane..

Questi pensieri così angoscianti e le paure da cui partono possono nascondere, come suddetto, un differente disagio.

Cioè l’individuo non riesce ad affrontare una situazione pesante come un lutto, un fallimento, un trasferimento una fuoriuscita del figlio di casa… o non riesce a prendere una decisione circa il lavoro ed invece di affrontare la radice del male si inerpica in preoccupazioni su se stesso e sulla propria salute.

Ci potrebbe essere ancora una depressione latente di cui non si è consapevoli. Si ignora spesso però che questo meccanismo è assai pericoloso perché, anche se cerchiamo di ignorarlo, si ripresenta in tutta la sua drammaticità, prima o poi, ingrandito, come in tutte le malattie se sottovalutate.

Peggiorerà la condizione psicologica a cui fare appello per “guarire”, e invece di avere solo un conflitto interiore al quale far fronte, avverrà un appesantimento dell’umore (sbalzi, malinconia,..) e della qualità della vita psichica che rende più difficile la soluzione.

La capacità di ammettere e riconoscere tali paure e circoli viziosi e di chiedere aiuto è ià un segno prognostico positivo; la negazione invece di tutto ciò ne costituisce un aggravante.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Ernesto Rossi ” La psicobiologia della guarigione psicofisica” Astrolabio Goleman ” Intelligenza emotiva” Ed. Speciali Paul Watche “La comunicazione terapeutica” Boringhieri Pierre Daco “Cos’è la psicologia”,1967,Sansoni.

George Bateson ” Verso una Ecologia della Mente”, Adelphi “Dizionario enciclopedico di psicologia”, Ed. Erickson et al.

Mecacci ” Introduzione alla Psicologia”, Boringhieri

L’ANSIA DA PRESTAZIONE

ANSIA E PRESTAZIONE

La psicoterapia può aiutare a superare l’ansia da prestazione, la mancanza di libido o la scarsa autostima? Cosa sono i fiori di bach?

  • fiori di bach sono essenze che se applicate in un contesto di buon counseling psicologico possono aiutare a modificare in un tempo ragionevole alcune emozioni negative. Tale approccio integrato ad una psicoterapia comporta che si tenderà a ricostruire un equilibrio emotivo anche del tutto o quasi con successo ma ciò dovrà comportare l’impegno e la motivazione di voler guarire nella persona che lamenta il disagio.
  • nome deriva dal dott. Edward Bach (1886 – 1936) che ha scoperto questo metodo

Un bravo consulente e psicologo tuttavia dovrà sapere individuare bene il rimedio in quanto ognuno di noi, al di là del comportamento inadeguato o meno, può esprimere un disagio legato a varie motivazioni. Bisogna dunque formulare, preliminarmente a un piano di trattamento, una giusta diagnosi. Quindi è importante effettuare una buona valutazione della situazione e creare una giusta compliance con il “paziente”. Lavorando quindi sull’intero contesto con l’ascolto e con la relazione si possono ottenere buoni ma soprattutto efficaci risultati.

Vengono molto utilizzate certe miscele da coloro che magari preferiscono rimedi non invasivi o non propriamente farmacologici e cure come la psicoterapia, l’omeopatia e cosi via. Non hanno altresì contro indicazioni se utilizzati in contesti già medicalizzati.

Bisogna aiutare in tale circostanza il paziente a migliorare la propria auto stima e cercare di risolvere il problema non in un’ottica miracolosa e immediata, ma positiva, di buon senso e medio impegno.

Presso lo studio,  sito in zona Furio Camillo, via Appia Nuova, si effettuano consulenze di cui la prima in genere è gratuita, atte a valutare insieme alla persona un eventuale disagio vissuto, la difficoltà di intraprendere azioni o decisioni, non solo in una sfera di gravità o patologia cronica ma anche in una direzione di breve  strategia atta a soluzionare i disagi della vita quotidiana quando la persona si accrge di non farcela più da solo

IDENTITA’ E SENSO DEL SE

identità

La nostra identità ci sembra spesso qualcosa di immutabile. Percepiamo talvolta un senso coerente di noi stessi, del nostro modo di vedere la vita, di esperire sensazioni, di agire anche se ci troviamo in vari ambiti geografici o culturali. In realtà se ci guardiamo indietro noteremo ben presto che l’identità che ci accompagna nelle varie tappe del nostro cammino è mutabile, in continua evoluzione. Essa infatti è la somma di una serie di eventi che nella vita si intrecciano sino a plasmarci nel profondo. Prima la psicologia considerava l’identità e l’identificazione con dei modelli culturali, ruoli, comportamenti, mentalità, il frutto degli insegnamenti infantili nel senso che le prime esperienze di vita si ritenevano un punto centrale nella maturazione dell’individuo. Di recente si è visto invece che non solo il tipo di famiglia in cui si è vissuti è importante ma anche e soprattutto l’esperienze scolastiche e amicali sino all’età dell’adolescenza. L’immagine di noi stessi, quindi frutto di esperienze di un’intera vita è fondamentale al fine di spingerci a comportamenti sani, costruttivi. Bisognerebbe riuscire ad arrivare nel percorso maturativo ad una accettazione e visione realistica di noi stessi, cioè non troppo positiva ma neanche negativa, possibilmente realistica che punti ad un nostro benessere più che al raggiungimento di una perfezione generica. Si può modificare un’immagine negativa di noi stessi o peggio ancora confusa, non ben delimitata nei suoi confini con un senso di appartenenza atemporale e non ben individuato? Un’ immagine distorta del sé si può innanzitutto individuare dalla presenza nella persona di stati di angosce, tristezza, scarsa iniziativa e così via. Una volta che lo psicologo ha accertato una ansia diffusa e un’immagine di sé distorta si può provare a correggere e scollarsi di dosso certe “certezze” negative, convinzioni poco utili per la persona stessa. Rieducarsi poi comporta un difficile ma non impossibile cammino di continuo confronto con uno psicologo, volendolo, in cui ci si prefiggono dei piccoli obiettivi e si verificano di volta in volta. Questa tecnica è fondamentale perché, per fare una metafora, una pallina che ha sempre ruotato in una direzione soltanto con estrema ruggine può riprende a rotolare dall’altro lato. Non solo, ma dopo che abbiamo riappreso a conoscere i nostri confini cognitivi ed emotivi, tra la nostra realtà interna ed esterna, bisognerà poi stabilizzarli nel tempo al variare degli eventi. Quando si superano i primi tre mesi di un comportamento appreso, funzionale e nuovo come nella lotta alla dipendenza all’alcool, o a essere metodici in un programma di studi scolastici, soltanto allora, se il contesto che ci circonda ci aiuterà nei nostri intenti, si può dire che ci siamo rieducati ad una visione di noi stessi e del mondo ragionevole.

L’ANSIA NORMALE E L’ANSIA DA PRESTAZIONE

ansia da prestazione

Si legge molto di argomenti inerenti all’ansia, agli attacchi di panico, agli attacchi d’ansia, squilibri emotivi, depressione.

Molti medici, psichiatri e psicologi si occupano maggiormente dell’ansia nel comportamento umano e della cura degli aspetti psicopatologici che ne consegue. La moltitudine delle persone tuttavia pensa che se è vero che ognuno di noi è differente dagli altri è anche vero che gli aspetti del malfunzionamento psicologico sono abbastanza universali e riconoscibili. Un’ansietà forte per esempio si presenta con uno stato d’animo, un vissuto percepito dalla persona come di continuo allarme, abbattimento o apatia, senso di pericolo.

Come si può distinguere tra un’ansia normale che viene in seguito ad eventi stressanti, dolorosi o difficili da un’ansia patologica che non trova motivo esterno di essere, ma che si manifesta in maniera illogica e imprevedibile per la persona stessa? Come scrive Perna, vi è un antico proverbio che recita: in medio stat virtus, che dovrebbe essere considerato se affrontiamo il tema dell’ansia e della sua gestione.

Se la situazione che ha scatenato l’evento ansiogeno è tale da infondere tensione psicologica e se la persona la riesce in un certo tempo a superare allora è probabilmente un’ansietà normale. L’ansia infatti è una reazione emotiva, psicologica; ha in tal caso il vantaggio anche di spingerci in comportamenti di difesa sani e validi finalizzati alla risoluzione di un problema.

Si potrebbe fare un esempio, l’ansia prima di un esame è giusta se ci spinge a studiare e ad affrontare la situazione. Un’ansia eccessiva ci paralizza, come ansia da prestazione e anche se siamo preparati a superare quella prova ci blocchiamo e falliamo. Quest’ultima tipologia di ansietà è patologica.

Quando rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta?

Se gli episodi di ansia patologica e soprattutto di una delle sue forme più angoscianti e diffuse nella popolazione, fobie e panico, si presentano per molte volte o molto intense è meglio rivolgersi subito ad un esperto. Lo consiglierei soprattutto in quelle situazioni in cui dopo aver già provato a fronteggiare da soli le difficoltà in un certo senso non si riesce a fare luce interiore. Vincere l’ansia è importante perché

ognuno di noi spesso è chiamato a prendere decisioni, a superare prove importanti e semplicemente bisogna vivere con libertà e sicurezza anche il quotidiano.. Un’ansia forte ci paralizza e ci impedisce via via di affrontare anche i minimi cambiamenti come guidare o prendere un autobus.

Un esperto psicoterapeuta aiuta a fotografare con esattezza la situazione che si è creata, cioè ad effettuare una diagnosi il più possibile precisa e a formulare il giusto trattamento, il più breve possibile.. Un buon intervento comporta poi la “distruzione” di idee sbagliate o il disapprendimento di stili di comportamento non adeguati al fine di sostituirli con comportamenti più utili per quella persona.

Per esempio in genere una persona con ansia di tratto effettua comportamenti anticipatori del pericolo che non sempre permettono di vivere nel momento stesso una situazione. Le paure fanno incorrere in una forma di ragionamento incentrato sul mettere sempre le mani avanti per non cadere. Si arriva alle volte sino al pericolo di costruirsi delle vere e proprie certezze negative, insomma crederci, balzare a conclusioni. La sicurezza in se stessi però non va confusa con l’imprudenza. Una buona autostima ci permette altresì di decidere autenticamente, di dormire bene e di non attuare comportamenti insani.

E’ importante sapere che gran parte della popolazione soffre d’ansia e nelle farmacie i farmaci piu venduti sono anche gli psicofarmaci.

E’ utile assumere psicofarmaci?

In genere in caso di ansia e attacchi di panico si somministra un tipo di molecola di benzodianzepine, comunque farmaci cosiddetti tranquillanti e antidepressivi. Talvolta il medico suggerisce un approccio integrato di psicofarmaci e trattamento psicoterapeutico.

Lo psicologo invece utilizza lo strumento del colloquio, della riflessione e del sostegno psicologico per favorire il miglioramento della salute della persona, la sua serenità, il suo equilibrio psicofisico.

Una visione miracolosa della medicina e dell’uso dei farmaci non porta a granché . E’ meglio agire sulla promozione e prevenzione della salute ed intervenire sui sintomi non appena compaiono.

In entrambi i casi correggere uno stile di vita non sano, fatto di abitudini scorrette è sempre indicato.

COS’E’ L’ATTACCO DI PANICO? CHI COLPISCE E A QUALE ETA’?

Cos’è l’attacco di panico? Chi colpisce e a quale età?

Tra le patologie più diffuse di tipo psicologico, nella popolazione vi è l’attacco di panico. Nella letteratura viene meglio individuato come sindrome da attacco di panico, DAP. La maggior parte delle persone lo cura prendendo all’occorrenza psicofarmaci, che hanno il vantaggio di placare in parte l’ansia, ma non incidono sul ripresentarsi della sintomatologia.

Può insorgere a qualunque età, senza differenza di appartenenza alla classe sociale o all’istruzione o al sesso. Si presenta sottoforma di grande crisi di paura e, per chi non lo conosce, da’ la sensazione di una crisi cardiaca. Può manifestarsi in qualunque momento, con grande varietà di sintomi psicofisici. Se ne può manifestare uno solo nella vita, ma è raro; anche tanti di moderata intensità. 0 pochi, cioè diradati ma molto violenti. Per addentrarci bisogna fare un passo indietro e parlare innanzitutto del fenomeno: ANSIA.

Che cos’è l’ansia?

L’ansia è una “paura senza oggetto”, cioè quella sensazione che abbiamo di tensione, preoccupazione interiori, senza una causa esterna. Se capita ad esempio un incidente, un lutto , una multa o un cambiamento di lavoro o quant’altro è normale avere paura, avvertire stress, ma se non vi è motivo esterno, oggettivo, siamo di fronte all’ansia. Può insorgere quindi ad ogni età e si può manifestare con una varietà di sintomi come paure ricorrenti, fobie vere e proprie, atteggiamenti di chiusura fino aN’isolamento, idee deliranti, ossessioni, aggressività e crisi d’ansia ma non solo. Se sottovalutata e trascinata negli anni, arriva probabilmente a diventare un tratto di personalità. Un livello d’ansietà minimo è comunque positivo in quanto ci è da stimolo ad affrontare le cose, a non sottovalutare i pericoli. Quando però la soglia è alta al punto da inficiare il nostro comportamento conviene pensare se non fosse il caso di chiedere aiuto. Anche un’ansia da prestazione eccessiva è segnale di qualcosa che non va.

Si può guarire?

Assolutamente si. La psicoterapia affronta più di altre patologie proprio l’ansia e l’attacco di panico, anche nei suoi aspetti di somatizzazione motoria o d’insonnia o di problemi nel rapporto col cibo e con la sessualità. Dottoressa soffro di attacchi di panico: è la domanda più frequente per chi si rivolge ad uno psicologo, anche a volte inviato dal medico. Le sedute non durano un periodo lungo. Vediamo perché. L ‘ansia è espressione di un conflitto psichico interiore ad esempio: vivo con i miei genitori o esco di casa; mi separo o continuo il matrimonio e così via. Quando la persona non se la sente di affrontare la presa di coscienza di queste dimensioni conflittuali o perché non le accetta o perché non si sente all’altezza delle possibili conseguenze, può arrivare a somatizzare psicofisicamente la tensione che ne deriva.