IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Posted on 10-07-2019 , by: Roberto , in , 0 Comments

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

 

Il pensiero positivo è sempre segnale di benessere?

 

Immaginiamo di trovarci in una situazione in cui tre persone sono state licenziate. A tale spiacevolissima e drammatica esperienza ognuna di queste reagirà in maniera diversa. Una si affretterà ad inviare curricula a varie aziende, una forse cercherà di inviar almeno due o tre curricula in tutto, con l’idea che è difficile trovare lavoro, e l’ultima vi rinuncerà proprio aspettando che gli eventi si sviluppino da soli. Quale delle tre persone aveva più probabilità di trovare un nuovo impiego?

Bisogna riflettere sul fatto che sicuramente anche il solo occuparsi della ricerca di lavoro senza convinzione e senza impegno porta a pochi risultati.  Questa ovvia considerazione se la facessimo nostra in varie circostanze dell’esistenza umana ci porterebbe più facilmente a raggiungere i nostri desideri, a realizzare i nostri sogni, o almeno in parte ad avere quella serenità di sapere che ci abbiamo comunque provato! Ma allora come mai non riusciamo ad applicare tale atteggiamento di pensiero costruttivo, ad avere fiducia in noi stessi? Se proviamo a riflettere si verifica spesso nella esperienza che la convinzione di riuscire in un intento, di essere soprattutto disposti a fare dei sacrifici nel tempo, aiuta ad attivare quelle risorse fisiche e morali atte a cambiare, almeno in parte, la realtà che ci circonda.

Bisogna dire che vi è il pregiudizio spesso che avere un atteggiamento positivo e ottimistico è segno di superficialità, mentre la riflessività e l’eventuale angoscia che ne deriva sono “stimate” sovente come espressione unica di vera intelligenza. Il rischio però di tale preconcetto, cioè di una visione negativa degli eventi è che si finisce per avvalorare la tesi che la sfortuna o il destino siano i responsabili dei nostri futuri. Altro rischio potrebbe essere che, laddove richiesto uno sforzo fisico e morale maggiore, o semplicemente più tempo per realizzare un obiettivo che ci siamo prefigurati, lasciamo cadere gli intenti arrendendoci ai primi ostacoli. Insomma alla fine il lasciar stare, un atteggiamento rinunciatario, ci porta a sperimentare una sorta di impotenza. Il nostro cervello impara “l’impotenza” e si crea un circolo vizioso per cui ci potremmo sentire sempre più bloccati. A quel punto in effetti è difficile ritrovare un bandolo della matassa, riprovare a sbloccare una situazione. Invece ci sono tanti fautori di studi nella psicologia inerenti la valorizzazione di un pensiero positivo, meglio ancora della capacità di guardare al famoso bicchiere mezzo pieno. Uno dei massimi esponenti è stato Goleman col suo saggio famoso inerente l’intelligenza emotiva.

 Già Voltaire comunque sosteneva che il destino offre comunque il meglio dei possibili scenari futuri, “concatenato­­­­­ nei migliori dei mondi possibili…”, un futuro desiderabile.  Essere ottimisti insomma vuol dire credere nella propria auto efficacia e spingere gli eventi esterni in una direzione costruttiva; o agire dei comportamenti in modo tale da raggiungere le mete che ci si è prefissati. Gli ottimisti sono convinti che le proprie azioni avranno conseguenze positive.

 La psicologia da tempo si occupa di pensiero positivo ma ha cercato dapprima di capire il suo contrario: il pessimismo, o la convinzione che nessuna decisione possa influenzare il futuro. Si impara il pessimismo? Sin da piccoli impariamo un modello educativo genitoriale che ci accompagnerà per il resto della vita. Certi insegnamenti potranno poi essere rivisti da ognuno di noi grazie alle esperienze di vita, ma il calco delle acquisizioni ricevute negli anni e l’esempio di esse, si rimuove con fatica. Ad esempio se un padre scoraggia il figlio a prendere buoni voti, a non perseverare per ottenere la sufficienza nei voti o a riparare una materia, se lo spaventa ad uscire di casa paventando tanti pericoli, se ancora lo appella negativamente per eventuali errori commessi, la persona da adulta sarà insicura, avrà sfiducia negli altri come nelle proprie capacità. Lo psicologo in genere aiuta le persone a credere in se stessi e a contrastare il senso di impotenza che comporta una bassa autostima. Le idee che sottendono un atteggiamento pessimistico sono spesso quelle che niente serve a niente, che ci vuole tempo, che gli altri hanno fortuna.

 Uno psicologo aiuta dapprima a normalizzare e poi a correggere certe idee. Una di queste è che gli eventi non siano modificabili mai delle nostre scelte. Poi si prova a “rieducare” ad agire secondo uno stile di vita più idoneo del solito esperito. Pensare in maniera positiva e/o ragionevole aiuta a stare meglio e a vincere non solo i problemi emotivi, ma anche il senso di impotenza che ne deriva.

Una terapia centrata cioè anche sulle parole come sull’ascolto è d’aiuto a sbloccare certe inibizioni con alta probabilità di successo, come sosteneva già Socrate e tutte le discipline che sono incentrate sul rilassamento psicofisico.

 

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